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giovedì 23 dicembre 2021

È Natale: il Panettone

 
IL PANETTONE

Storie e leggende
  
fetta di panettone
 
 
Dal 21 dicembre, solstizio invernale, la luce si prende la rivincita sul buio. La speranza dell'arrivo di tempi migliori acquista un fondamento.
Le feste pagane dei Saturnali, del Sol Invictus accompagnavano le celebrazioni beneauguranti ed è qui che è collocabile la nascita del panettone.
 
Dividere tra i presenti una forma di pane, alimento da sempre ricco di significato sacro, era uno dei gesti più sentiti durante la cerimonia.
Dal pane rustico al dolce ricco e soffice il passo è stato abbastanza lungo. L'aggiunta alla farina di zucchero, uova, uva passa, canditi di cedro e scorza d'arancia, è stata graduale. Ciò ha avuto origine anche per rimarcare la diversità, dal punto di vista alimentare, tra i giorni feriali e quelli di festa.
Con il Cristianesimo l'usanza di bruciare il ciocco di legno nel camino è il simbolo di Gesù che si è sacrificato per salvare l'umanità, per sostenere l'uomo nel suo viaggio terreno. Il ceppo doveva bruciare lentamente per 12 giorni, come i dodici mesi dell'anno; il sole che nato al solstizio d'inverno, avrebbe nutrito la terra per un anno intero. Cristo pane di vita, motivo per il quale durante le feste si continuavano a consumare dolci a base di farina, simili al pane.
Questo rito veniva celebrato anche dai duchi di Milano, Visconti e Sforza.

L'origine del Panettone è però spesso accompagnata da leggende tramandate nei secoli.
 
Ogni notte Ughetto usciva dalla finestra di casa per scendere in giardino e scavalcare il muro di cinta. Abitava in quella bella casa che suo padre, Giacomotto della Tela o Atellani, aveva ricevuto in dono da Ludovico il Moro, essendo uno dei suoi scudieri. Ancora oggi questa casa esiste, proprio in Corso Magenta, di fianco alla basilica di Santa Maria delle Grazie. Ughetto doveva raggiungere la bottega di Toni, il panettiere, dove avrebbe incontrato la sua Algisa. Si trattava di un amore segreto, in realtà osteggiato dalla famiglia. 
Algisa era però ultimamente stanca: il lavoro era aumentato poiché il garzone di Toni si era ammalato.
Ughetto non voleva rinunciare agli incontri con Algisa e presentatosi con abiti umili, lui che era il falconiere di Ludovico il Moro, si fece assumere dal panettiere come nuovo garzone. Nonostante l'aiuto, gli affari del negozio continuavano a peggiorare a causa dell'apertura di una nuova bottega nelle vicinanze.
Ughetto non perse tempo, rubò una coppia di falchi al Moro e li vendette per comprare del burro. La notte, mentre impastava i soliti ingredienti, aggiunse al preparato anche tutto il burro acquistato. Il giorno successivo la bottega fu presa d'assalto e già si parlava come del pane più buono di Milano. Nei giorni successivi altri due falchi vennero sacrificati per l'acquisto di altro burro e di un po' di zucchero da aggiungere all'impasto del pane. Il pane di Toni divenne speciale. Mentre l'inverno si avvicinava, gli affari miglioravano e Ughetto e Algisa potevano nuovamente pensare ad un futuro da passare assieme.
Sotto le feste di Natale, Ughetto decise di arricchire la ricetta del "pane speciale" aggiungendo uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina. Tutta Milano arrivò alla bottega per comprare quello che era il "pangrande" o "pan del Toni" (da qui il termine panettone), da servire in tavola durante il giorno di Festa. Toni divenne ricco e di conseguenza l'amore tra Ugo e Algisa venne approvato anche dalla famiglia Atellani. I due giovani si sposarono e vissero felici e contenti.


Un'altra leggenda racconta che alla corte di Ludovico il Moro, come ogni Natale, si serviva per il Duca e i suoi ospiti un sontuoso banchetto. Il capo-cuoco teneva tutto sotto controllo e incaricava i numerosi sottoposti ai fornelli e al servizio in tavola. I piatti erano distribuiti mantenendo giuste pause tra una portata e l'altra, terminando con un magnifico dolce. Il cuoco curò di persona l'impasto, la cui ricetta segreta si tramandava di padre in figlio all'interno della sua famiglia da secoli. Il signore di Milano sarebbe rimasto a bocca aperta davanti a questa meraviglia del palato.
Dato che il lavoro nelle cucine era tanto e tutti avevano qualcosa da fare,

giovedì 24 settembre 2020

Brianza: cucina e prodotti

BRIANZA - CUCINA E PRODOTTI

cucina brianzola polenta

La cucina brianzola è simile a quella milanese, sebbene più povera. Le prime notizie storiche riguardanti la cucina brianzola risalgono verso il 100 d.C., declamando la prelibatezza di funghi e tartufi.
Il territorio brianteo era poi fin dall'antichità famoso per la pregevolezza dei vitigni e la bontà dei vini ricavata. Fu a partire dal 1860-70 che la filossera colpì le piante causando la moria di centinaia di ettari di vigneti. 
Oggi si cerca di mantenere la tradizione della preparazione dei piatti tipici che hanno caratterizzato la vita contadina nei secoli scorsi e riscoprire le colture di prodotti che con il passare dei decenni, sono stati dimenticati. Fra i piatti tipici vi sono i salumi, la salsiccia luganega, la polenta classica, vonscia e pasticciata, il risotto allo zafferano con l'aggiunta di luganega, il minestrone, la busèca, la cazzuoeula, gli ossibuchi, la torta paesana utilizzando il pane raffermo.  
La vecchia cucina di Brianza si basava sulla vita contadina vissuta nella curt della cascina. Il contadino trovava la soddisfazione dei propri bisogni nell’ambito domestico; infatti il nutrimento era fornito dall’orto attinente la casa e dal rimanente del raccolto, dopo la consegna della sua parte a decima (tributo) al signore proprietario terriero e alla chiesa.
 
cucina brianzola pane giallo
 
Ecco la dieta contadina con prodotti che si conoscevano nel contratto colonico → farina gialla cotta in pani o polente, minestre di riso, pasta rara, legumi, verdure, lardo come condimento. Il pane non era sempre cotto, era preparato dalle contadine ogni 7/15 gg. Cotto solo fuori a causa di pesi e dimensioni troppo grandi. I condimenti più comuni erano il sale, il lardo, l'olio di colza o ravizzone, l'aglio, la cipolla. Raro il burro. Le uova erano scarse poiché si vendevano per ricavare qualche soldo. La carne era sulla mensa solo durante le festività religiose. Le poche famiglie meno disagiate allevavano il maiale. Nella Brianza collinare maggiore vi era una quantità di latte grazie ad alcuni capi di bestiame; spesso consumato rappreso (cagiada) e con qualche formaggio.

martedì 7 luglio 2020

Dizionario Gastronomico Meneghino

DIZIONARIO GASTRONOMICO MENEGHINO

Vecchia Milano in Cucina

quadro natura morta brera
Natura morta con piatto di peltro, gamberi, limone, ampolle di vetro, pane e bottiglia di vino -
Pitocchetto (Giacomo Ceruti) - 1750/60 - Pinacoteca di Brera

La cucina, per quanto umile e domestica, è una delle piccole arti di cui si è sempre occupata l’umanità, lasciandovi la propria impronta.
Il presente dizionario è costituito da oltre duemila vocaboli dialettali disposti in ordine rigorosamente alfabetico secondo la scrittura milanese tradizionale. Si propone qui una lettura breve, in ordine alfabetico dalla A alla Z, di vocaboli selezionati. Sono quei vocaboli che si sono sicuramente sentiti in cucina dalla nonna e sono quei vocaboli che ancor oggi, forse, non smettiamo mai di dire e di utilizzare.


A
agént di tàss: arnese da tavola per togliere il midollo dagli ossi buchi. Così chiamato perché, se vuole, scava in profondità
andà insèma: cagliarsi, detto del latte, della maionese e simili
aràs: colmo. Quell biccer l’è pien aràs: quel bicchiere è pieno fino all’orlo. On cugiaa aràs aràs de zuccher: un chiaio stracolmo di zucchero

asee: aceto. Mètt giò in l’asee: mettere sott’aceto

B
baffiós: dicesi di vino rosso, generoso e carico di colore, tale che bevendolo lascia come due baffi sul labbro superiore.
bandiroeù: pesce persico novellino, così chiamato perché un tempo ne era vietata la pesca
barbajàda: bevanda di cacao e latte, inventata dall’impresario teatrale Domenico Barbaja (Napoli 1778-1841) al Caffè dei Virtuosi sito all’inizio della via Manzoni
barbèll/barbèlla: bargiglio; escrescenza rossa carnosa che pende sotto il becco dei galli ed è ottima, con le creste, in frittura
basgiàna: fava (Vicia faba), noto legume. Fà giò i basgiànn: sgranare, sgusciare le fave
baslòtt: grossa ciotola o catino in legno, terracotta o altro materiale, usata per servizio di cucina
battùda: trito e pesto di lardo con verdure, prosciutto, carni o uova per ripieni o condimento
benìs: confetto. Mangià i benìs: andare a sposo
biéda: bietola, varietà di barbabietola da orto con foglie e costole fogliari bianche commestibili
biò-biò: radicchio bianco, chiamato anche barbètta. Il termine deriva dal grido col quale i venditori ambulanti lo annunciavano per le strade
boìs: rosticciere. Termine alquanto spregiativo, perché i boìs erano i rivenditori di cibi cotti di infima categoria. Si chiamava così di cognome quel francese che alla fine del ’700 introdusse a Milano questo tipo di negozio
bonètt: forma di rame stagnato per budini, pasticci, gelatine ecc.
brancàda: manciata. Unità di misura molto usata in cucina. El risòtt el se fa cónt ona brancàda de ris a persòna: la giusta quantità di riso per un risotto è una manciata per persona
brisìn: pochissima quantità. On brisìn de saa: una presina di sale
brusaroeùla: padella di ferro col fondo tutto forato per arrostire le castagne
busaròtt: noce di qualità scadente perché ha il gheriglio che non si stacca dal guscio

busción: tappo, turacciolo di sughero. Fà saltà via el busción: stappare una bottiglia

C
campagnoeù: pollo ruspante
canarúzz: esofago
carsénza: crescenza, formaggio molle da mangiare fresco. Con questo nome si indicava anche una focaccia di pasta lievitata, di forma rotonda e schiacciata, che poteva essere di diverse qualità
càrta de ròst: tipo di carta che si adopera per cuocere certe vivande al forno avvolgendola loro intorno (il cosiddetto cartoccio)
carùspi: torsolo della frutta (mele, pere e simili), cioè la parte centrale contenente i semi che resta dopo aver tolto la polpa intorno
cavàgn/cavàgna: paniere, cesta. Di regola, il primo è più piccolo della seconda ed ha spesso il coperchio che quella non ha mai. Cavagnoeù: cestello
cazzuu: mestolo, noto arnese da cucina
cestèll: contenitore in vimini, metallo o plastica usato per il trasporto delle bottiglie dalla cantina o dal negozio alla dispensa
ciàccer: chiacchiere, dolci fatti di farina, uova e zucchero, tirati a sfoglia e fritti nell’olio
ciciartàia: bevanda effervescente fatta con acqua, acido citrico ed acido tartarico (impropriamente chiamata magnesia effervescente)
cónscia: condimento, intingolo; anche l’infusione di sostanze aromatiche nel vino, oppure l’aggiunta di liquori o alcol alla frutta
còst: foglie adulte della bietola, con grossa costola bianca centrale crepee: granita, bibita di sciroppo e ghiaccio finemente tritato
cucurucuu: gheriglio della noce


D
dacquà: innaffiare, ma anche allungare con acqua
deslenguà: sciogliere, liquefare. Al cald el butter el s’è deslenguaa = al caldo il burro si è liquefatto
desquattà: scoprire, scoperchiare
disnà: pranzo; il pasto principale della giornata. Dopodisnà o podisnà = le prime ore del pomeriggio. Il termine disnà è usato anche come verbo = desinare
dólz-e-brùsch: agrodolce; tipo di sapore o condimento in cui sia presente il gusto agro di limone o aceto e quello dolce di zucchero e simili


E
erbabòna: semi di finocchio. Erbabòna fa fenòcc = proverbio che vale: dal buono nasce buono
èrba cedràda/èrba limonzìna: cedrina, arbusto delle Verbenacee, le cui foglie, che emanano un gradevole odore di limone se stropicciate, servono a preparare un infuso o un liquore digestivo
èrb d’odór: erbe odorose che si aggiungono alle pietanze per migliorarne il sapore, come l’erborin = prezzemolo
erbión: pisello, seme della pianta omonima