MADAMA BUTTERFLY, DEL MAESTRO PUCCINI.
Novità Musicali. Il Fiasco.
La Domenica del Corriere
28 febbraio 1904
Se dei
giovani operisti italiani Franchetti è il più forte, Puccini è
certo il più fortunato, non volendo tener conto del Mascagni di
Cavalleria Rusticana. Nulla di più naturale adunque che
l'annuncio di un'opera nuova del Puccini dovesse destare la più viva
curiosità. Dopo la truce sua Tosca,
il Puccini aveva sentito bisogno di riposo: un riposo però in parte
forzato, perché in realtà egli non riusciva a trovare un libretto
che gli piacesse, che lo innamorasse e rispondesse alle peculiari
qualità del suo ingegno. Avvenne che una sera il maestro lucchese si
recasse in un teatro di Londra ove ripetevasi da tempo con successo
un piccolo dramma in un atto: Madam Butterfly,
di David Belasco, tratto dalla novella americana omonima di John L.
Long. Ignorando l'inglese, il Puccini vide
ma non potè intendere quel lavoro: troppo poco veramente per
un'opera drammatica, ma l'impressione che egli ne riportò fu tale da
non dimenticarla più. E si provò a rivestire mentalmente di note
musicali il fresco e suggestivo drammino anglo-americano, giungendo a
persuadersi ch'esso poteva essere il nocciolo di un libretto in versi
italiani per la sua futura opera. Diede dunque incarico a Giuseppe
Giacosa ed a Luigi Illica di accingersi all'impresa. Poiché il
dramma del Belasco era troppo poca cosa, i due poeti vi aggiunsero un
atto, il primo: un atto di preparazione e di presentazione dei
personaggi: un atto gaio e leggero che avrebbe reso più vivo il
contrasto col secondo, pervaso di passione ed intensamente
drammatico.
Così nacque l'opera in due atti Madama Butterfly, di Giacomo Puccini, eseguitasi per la prima volta la sera del 17 corrente al teatro La Scala, di Milano.
Appunto
per la simpatia stabilitasi subito fra il soggetto del libretto ed il
musicista, si poteva prevedere che neppur questa volta al Puccini
sarebbe mancato il successo da parte del pubblico: quel grosso
pubblico che gli vuol bene, perchè ascoltando una sua opera può
abbandonare il teatro con nelle orecchie i facili ritmi di una
romanza, di un duetto, di un intermezzo orchestrale. Senza “Recondite
armonia”; senza “Vissi d'arte, vissi d'amor”, o “Lucevan le
stelle”, o “Dal mio cervel sbocciano i fior”, ecc,. né alla
Tosca, né alla Bohème
avrebbe forse arriso così larga e generale la fortuna!






