Storia dei Longobardi - Paolo Diacono
I Longobardi, popolo di origine scandinava, costituiscono per l'Italia la prima esperienza di un regno germanico insediatosi senza nessun accordo con l'Impero Romano d'Oriente. Odoacre e Teodorico, per esempio, erano arrivati come parti dell'esercito romano o con il beneplacito dell'imperatore, cercando di rendere meno evidente la frattura di ordine storico; mantenendo strutture e apparenze dello stato romano stesso. I Longobardi invasero l'Italia nel 568 approfittando delle continue lotte tra Goti e Bizantini. E' nella Storia dei Longobardi che possiamo trovare la vicenda della Regina Teodolinda.
PAOLO DIACONO
Paolo di Warnefrido nacque a Cividale, poco dopo il 720, da una famiglia longobarda stanziata nel Friuli (il padre era Warnefrit). Studiò a Pavia nella scuola di grammatica e al termine degli studi raggiunse una notevole padronanza del latino, che gli permise di insegnarlo. Presso la corte pavese di Ratchis, incominciò a dare più spazio a studi sacri. Decise di farsi monaco nel monastero di Montecassino. Dopo la caduta del Regno Longobardo nel 774, la città di Benevento rimase indipendente diventando rifugio per i Longobardi del nord e per le tradizioni della popolazione. Rotgaudo duca del Friuli, aveva però organizzato una disperata ribellione contro i Franchi. La battaglia decisiva fu combattuta sul Brenta nel 776 e vi partecipò anche Arechi, fratello di Paolo. Se i capi della sollevazione perirono, Arechi fu invece fatto prigioniero e portato in Francia con la confisca di tutti i suoi beni.
Nel 782 Paolo decise di rivolgersi al re dei Franchi per chiedere la liberazione del proprio fratello. Forse presentato al re da Pietro da Pisa, maestro di grammatica a corte, Paolo fu favorito dalla circostanza che Carlo Magno desiderava avere attorno alla sua corte gli uomini più colti del tempo. Con loro voleva avviare delle riforme necessarie non solo alla vita culturale–spirituale, ma al funzionamento dello stesso regno cresciuto e composto da popoli e stati diversi, riuniti con forza intorno a un centro di potere.



Paolo si presentò con un carme dove in maniera umile ma dignitosa, chiedeva grazia per il fratello Arechi. Il re accolse la sua richiesta e lo volle con sé poiché utile collaboratore per i suoi progetti. Rimase in Francia per tre anni, dando tutto l'aiuto richiesto e sviluppando un rapporto di rispetto e amicizia con Carlo Magno. Scrisse ancora per il re diversi epitaffi, organizzò forse gli insegnamenti del latino, viaggiò, ascoltò e conobbe paesi e uomini diversi. Incominciò ad abbozzare una sintesi storica sulla fine del regno longobardo e fu proprio al suo ritorno in monastero nel 786ca che scrisse l'Historia Langobardorum. Scritta e pensata secondo il proprio gusto e le proprie ragioni, non anti-franca e senza accendere nuove lotte, l'obiettivo era quello di salvaguardare l'esperienza della storia longobarda e di conservare i Longobardi a sé stessi.
Il rifiuto dei Longobardi da parte dei papi del suo tempo determinò in Paolo il bisogno essenziale di difendere l'uguale validità di un'origine diversa e di affermare l'uguale cura e amore di Dio verso di loro → una tradizione originaria, che si modificò e si adeguò al nuovo, culminando nell'affermazione di un proprio modo di vivere e di creazione storica, fino a quando si manteneva il favore di Dio. Si affermava che i Longobardi rimanessero padroni della propria storia e che i loro torti non fossero di fronte agli uomini, ma a Dio e a sé stessi. Ripropose la loro storia nella luce più bella, con una coscienza positiva di sé e della propria eredità. Paolo morì, ormai vecchio, negli ultimi anni delI'VIII secolo; il suo epitaffio fu scritto da Ilderico abate di Montecassino nell'834 e autore di un'Ars grammatica.
HISTORIA LANGOBARDORUM
Dal punto di vista storico è un'opera importante e molto studiata, dato che è una delle pochissime fonti in cui si affronta (peraltro spesso in maniera quasi sbrigativa) il passaggio traumatico in Italia dalla civiltà romana a quella barbarica. La Historia è scritta in un latino di tipo monastico, si basa su opere precedenti di vari scrittori ed è un misto di prosa e poesia. Le fonti principali furono l'anonima Origo gentis Langobardorum, la perduta ed omonima Historia di Secondo di Non, i perduti Annali di Benevento ed un uso libero degli scritti di Beda il Venerabile, Gregorio di Tours e Isidoro di Siviglia.
La narrazione della storia si può suddividere in due fasi: la prima lineare, descrive la fase del popolo prima dell'entrata in Italia, un unico indistinto popolo che si muove per territori; il secondo descrive le gesta di tanti attori che si radicano in territori ben precisi e si fondono con i luoghi e le genti. Il tutto legato ad un filo narrante scandito dalla successione dei Re. Una particolare attenzione è data alla chiesa italiana di quel periodo e anche a personaggi che non si intrecciarono con la storia dei Longobardi in Italia.
È suddivisa in sei libri e tratta della storia del Popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744.
Primo libro
Il libro descrive le cause delle migrazioni dei Longobardi con leggende legate alle origini del popolo, le gesta dei primi re fino alla vittoria di Alboino sui Gepidi e la partenza per l'Italia. Narra anche di San Benedetto.
1. Allo stesso modo mosse dall'isola chiamata Scandinavia pure il popolo dei Winnili, cioè dei Longobardi, che poi regnò felicemente in Italia, e che trae origine dai popoli germanici.
7. Usciti dalla Scandinavia, i Winnili, con i loro capi Ibor e Aio, giunsero nella regione chiamata Scoringa e lì si fermarono per alcuni anni. In quel tempo i Vandali opprimevano con la guerra tutti i territori vicini e inviarono messi ai Winnili perché pagassero tributi ai Vandali o si preparassero a combattere. Ibor e Aio, d'accordo con la madre Gambara, decisero che era meglio difendere la libertà con le armi, piuttosto che infangarla con il pagamento dei tributi. Fecero quindi sapere ai Vandali che avrebbero combattuto, ma non servito. Erano allora i Winnili tutti nel fiore della giovinezza, ma pochissimi di numero, dal momento che erano solo la terza parte della popolazione di un'unica isola, e non particolarmente grande.
8. Una favola ridicola: i Vandali, recatisi da Godan, gli avrebbero chiesto la vittoria sui Winnili; egli avrebbe risposto che avrebbe dato la vittoria a quelli che per primi avesse visto al sorgere del sole. Si dice che allora Gambara andasse da Frea, la moglie di Godan, chiedendo la vittoria per i Winnili, e Frea le suggerisse che le donne dei Winnili si sistemassero i capelli sciolti intorno al viso così da farli sembrare barbe e appena giorno si presentassero insieme agli uomini e si disponessero, per farsi vedere anch'esse da Godan, da quella parte dove egli era solito guardare dalla finestra volta a oriente. Così si dice che fosse fatto. E Godan, al sorgere del sole, vedendole, avrebbe detto: “Chi sono questi lunghe-barbe?”. Allora Frea gli avrebbe suggerito di donare la vittoria a quelli cui aveva attribuito il nome. E così Godan avrebbe concesso la vittoria ai Winnili.
9. È certo però che i Longobardi furono chiamati così in un secondo tempo per la lunghezza della barba mai toccata dal rasoio. Nella loro lingua lang significa lunga e bart barba.