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martedì 31 gennaio 2023

Antonio Mancini, l'artista

 

ANTONIO MANCINI

L'artista

 Il Secolo XX

  Gennaio 1911
Anno X - N°1
 
 
   
Nella serie dei maggiori artisti contemporanei che il Secolo XX va pubblicando, non deve mancare un pittore dei più grandi e più originali, non deve mancare Antonio Mancini, che ancora giovinetto destò la meraviglia di Domenico Morelli, il maestro dei maestri, famoso anche all'estero. E' forse l'unico artista contemporaneo del quale finora non s'era mai pubblicato un profilo, né  in giornali quotidiani, ne in riviste. Spirito indipendente e scontroso, egli rifugge da ogni réclame e si annoja quasi che si parli di lui e non si confida facilmente coi giornalisti e coi critici d'arte. Arturo Lancellotti, l'autore di questo articolo, è uno dei pochi che sia nelle sue grazie e possa avvicinarlo spesso, onde la ricchezza di notizie e di aneddoti sconosciuti a qualunque altro che egli ha potuto riunire in queste pagine [...]

L’ORIGINALITÀ DELL'ARTISTA
La qualità peculiare dell'arte di Antonio Mancini è la plastica riproduzione del vero. Guardate uno dei suoi quadri, qualunque esso sia. E questa verità, alla quale egli presta tutte le risorse della sua smagliante tavolozza, dà ai quadri di lui un carattere ben definito per cui non possono confondersi con quelli di nessun altro pittore. Tale la ragione precipua del successo.
Le sue figure spiccano sulla tela in tutta l'armonia della linea e del colore. Il volto, le mani, hanno la morbidezza, la flessibilità, l'intonazione della carne; le stoffe, nel loro aspetto ruvido o delicato, non si mascherano dietro alcuno artificio; e se nel secondo piano del quadro ci sono fiori o mobili, noi li troviamo resi con non minore sincerità. [...] Antonio Mancini è capace di ripetere in parecchi esemplari un identico tema, è capace di mettere accanto a una caratteristica e pensierosa figura di vecchio un prosaico fiasco di vino.
Questo può provare che il soggetto è per lui cosa del tutto secondaria, cosa estranea alla pittura, la quale deve vivere per energia propria, per un'energia che nessun tema le potrebbe, da solo, mai dare.

I PRIMI SUCCESSI
Antonio Mancini è nato a Roma il 2 novembre 1852. A tredici anni si trasferì  a Napoli con tutta la famiglia, e dopo aver, per qualche tempo, costretto dal bisogno, lavorato da indoratore, cominciò la sua educazione artistica a quell'Istituto di Belle Arti sotto la guida di Domenico Morelli e dello scultore Lista, il valoroso maestro di Gemito e d'Orsi.
Egli fu un ingegno precoce. Nato pittore, i suoi primi studi rappresentarono, più che la promessa, l'affermazione del suo straordinario temperamento. E cominciò a trovare ammiratori non solo fra i compagni ma anche fra i maestri. Domenico Morelli si fermava spesso, all'Accademia, a contemplare quanto produceva il prodigioso fanciullo. 

domenica 19 dicembre 2021

Il Natale

  IL NATALE


Natura ed Arte
Fascicolo 2 - 15 Dicembre 1891
 
[...]

La festa che si fa in ogni famiglia, in un giorno dell'anno, intorno all'Albero, intorno al Ceppo, intorno alla Capannuccia, intorno al Presepio... Il Natale. Chiamatelo, come volete, Sole che rinasce, Dio che si fa uomo per redimere il mondo dal peccato, figlio che, secondo il concetto degli Indiani, libera i padri dalle pene infernali e dal pericolo d'un nuovo nascimento, fuoco domestico che si rinnova.
Questo fantasma luminoso che si chiama il Natale, risveglia, d'anno in anno, ogni cuore alla gioia, invita alla pace, al perdono delle offese, alla concordia; fa ritrovare gli amici, richiama nel seno delle famiglie e i figliuoli prodighi e forma l'eterna delizia dei bambini.

Il Natale è la gioia, perché il Natale è la vita, perché la vita è la speranza. Esso non segna tanto la morte dell'anno invecchiato che se ne va, quanto l'arrivo dell'anno nuovo che sorge. Seppellisce il passato doloroso; ma apre le porte rosee a tutti i sogni ridenti che aleggiano intorno al capezzale della credula infanzia, la quale vede il buon Gesù portar le chicche ai bambini buoni e negarle ai cattivi, e fiorir l'albero sacro di ogni grazie divina, intanto che il coro degli angeli canta la ninna nanna celeste al Redentore del mondo.

[...]
Chi non credeva più, nel giorno di Natale, ritorna a credere. Qualunque sia la sua fede, qualunque nome e forma essa prende, ritorna sempre un po' di caldo intorno al cuore assiderato; si sente il bisogno di dire ad alcuno: anch'io so amare. Solo disperato in quel giorno è l'infelice che non può dirlo ad alcuno; chi non sente, insomma, il bisogno divino di sperare e di sognare in due.

[...]
Sia dunque veramente benedetto questo giorno benefico.
Col Natale sentiamo rifluire un sangue nuovo nelle vene; ritorniamo noi stessi fanciulli. Amore è rappresentato dai Greci e dagli Indiani come un fanciullo che dardeggia; ma l'Amore indiano, invece di dardi pungenti, getta dall'arco suo fiori profumati, che producono l'ebbrezza. Il divino Amore de' Cristiani è più mite e più casto; il senso si è calmato, e il sentimento s'è fatto più puro; l'Amore cristiano non offende, non ferisce, non lacera più; ma abbraccia fortemente l'oggetto amato, lo penetra, lo riveste di nuova luce, lo infiamma di nuovo fuoco, lo esalta sopra sé stesso, non lo abbandona più; si riversa d'una in altra anima, si dilata, s'innalza e divampa, come ogni cosa divina, in nuove figure lucenti ed immortali.

Angelo de Goubernatis


illustrazione sena di ntale
 
Natura ed Arte - Rassegna Quindicinale Illustrata Italiana e Straniera di Scienze, Lettere ed Arti.
Così scriveva la Direzione della rivista nel 1891:
"Per il titolo immaginato alla nuova rivista, abbiamo già ricevuto molti complimenti lusinghieri; ed è sembrato che per una rivista italiana, esso fosse ben trovato, e che nessun paese avesse maggiori diritti dell'Italia di illustrare la natura e l'arte. [...] Lo splendore e la varietà de' nostri paesaggi, tanto ammirati dagli stranieri e in mezzo ai quali noi passiamo, pur troppo, indifferenti, e de' nostri monumenti artistici d'ogni maniera, che si moltiplicano senza fine, e che sono frutti naturali della nostra terra benedetta, ci obbligano ad occuparcene, come della nostra maggior ricchezza nazionale, come della nostra vera e perenne originalità che si rifeconda, senza fine. 
Ora i nostri tesori naturali ed artistici sono la vera fonte viva della nostra ispirazione, come della nostra fortuna e prosperità. Intorno ad essi si dovrebbe muovere tutta la vita italiana, la vita del pensiero, come il lavoro dei nostri campi e delle nostre officine. 
Abbiamo dato una forma media, tra la inevitabile gravità del libro, e la non meno inevitabile leggerezza dei fogli volanti. [...] Vorremmo, mercè il Natura ed Arte, istruir la famiglia italiana senza tediarla, ed offrirle una lettura varia e piacevole che, di quindicina in quindicina, desse materia a rinnovare nel seno delle nostre famiglie, discorsi geniali e non troppo vani [...]"
 
 
Consigli di Lettura:
Natura ed Arte
Fascicolo 2 - 15 dicembre 1891
Casa Editrice Dott. Francesco Vallardi 
Corso Magenta, 48 - Milano 

 
 
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lunedì 25 ottobre 2021

Monza: Le Cento Città d'Italia - Supplemento del Secolo


MONZA
Le Cento Città d'Italia
Milano, 1891 – Anno XXVI – Domenica 25 ottobre
Supplemento mensile illustrato del Secolo al n° 9180
 
Copertina Monza Cento Città d'Italia
[…]

IL LAMBRO 
Fiume di corso rapidissimo, fu la prima e naturale difesa dell'antica terra; lorquando questa chiamavasi col nome di Vicus o Villa, ed anche allora che fu detta corte, come all'epoca della Teodolinda. Ma sovenuti i tempi in cui apparvero grosse mura ed alte torri, fecesi il Lambro sussidiario a quelle, ivi portando le sue acque per cingere bastie, animare molini, adacquare prati, e far morlizze per pescagioni più o meno privilegiate. Come elemento strategico, segnò la sua massima importanza nell'anno 1329, all'epoca dell'assedio di Lodovico il Bavaro, il quale, non potendo varcarlo o guadarlo, dovette ascendere e sembra impossibile, fino al ponte di Alliate, tanto fino d'allora valeva il precetto di girare la posizione. Nei tempi medioevali venne sistemato con gran chiusa in muratura proprio alle radici del castello, e con altri sostegni necessarî a trattenere l'impeto delle piene, e più a guarentire i diritti delle molte derivazioni, fra le quali principalissima quella concessa da Giovanni Galeazzo Sforza nell'anno 1474 a Facio Galerano che aveva fondi da irrigare a Carugate.

 
I LONGOBARDI  
Erano stranieri, barbari, ariani, maledetti da Dio, cioè, diremo meglio, dai cattolici, e, fino ad un certo punto, come romani avevano ragione di farlo: eppure codesti feroci, dalle teste rasate sulla nuca e pioventi sul davanti enormI ciuffi e più ispide barbe, avevano in sé stessi i germi di una civiltà arcaica, patriarcale, campereccia da renderli nel decorso brevissimo di circa due secoli, consolidati nella mente e nel cuore di questa regione che ne volle perfino assumere il nome. Teodolinda moglie d'Autari indi di Agilulfo attratta dall'amenità del sito, e forse dalla tradizione militare del Vallum, fu senza dubbio a Monza, come lo attesta un'iscrizione dell'epoca, rimastaci su lamina d'oro in oggi evangelistario del monzese tesoro. Vi ebbe un palazzo e vi partoriva il figlio Adaloaldo, battezzato in San Giovanni dal venerabile servo di Dio Secondo nativo di Trento.
La regina Teodolinda è pei monzesi quella leggendaria figura che Sant'Ambrogio è pei milanesi. Questi fugge la carica vescovile aggirandosi per tre giorni in un bosco, quella fra le alte piante del tortuoso Lambro trovasi faccia a faccia col fiero Precursore che in tuono asciutto gli dice: inalzami qui una chiesa e sarai felice
E la regina in Monza non solo è ricordata, ma è altresì tuttora amata e venerata quasi fosse morta ieri e non 1263 anni or sono. Si parla di essa come un genio benefico e tutelare, anzi si giunge perfino ad attribuirgli quel poco di bene che altri fecero alla Basilica, non escluso il buon Berengario forse in pel primo coronato colla ferrea. 
Fu munificente, perché lasciando cospicui doni alla chiesa da essa fondata, illustrava altamente quella terra che aveva eletta per sua seconda patria, ivi vivendo, ivi morendo, per farsi interrare senza mausoleo come fra le sue genti costumavasi. 
DE DONIS DEI OFFERIT THEODELENDA – REGINA GLORIOSISSEMA SANCTO – IOHANNI BAPTISTAE IN BASELICA QVAM – IPSA FVUNDAVIT IM MODICIA PROPE – PALACIVM SVVM- 
Così sta scritto sul suo Evangelistario […]

sabato 31 luglio 2021

Per i bagni di mare - Consigli e costumi per le signore

 

PER I BAGNI DI MARE
CONSIGLI IGIENICI ALLE SIGNORE
Natura ed Arte - L'Arte e la Moda
Fascicolo 15 - 1 luglio 1893
 
Poi che oggi incominciano i bagni di mare, dove le signore trovano tanto sollazzo e tanto giovamento fisico, io non posso trattenermi dal dare alle nostre leggitrici qualche consiglio igienico.
 
Oscar Arthur Bluhm - Badervergnugen
 

Per esempio, raccomando loro di evitare per quanto è possibile di bagnarsi la testa con acqua marina, nociva assai al bulbo capillare. Abbiano perciò la precauzione d'intrecciarsi le chiome e nasconderle sotto una berretta di taffetas incatramato o di tela vulcanizzata.

Se, non ostante questa cura, per caso, elle si ammollassero, bisognerebbe subito disfare le trecce, lasciare i capelli sciolti su le spalle fintanto che sieno asciutti, poi spazzolarli forte per toglierne tutte le impurità dell'acqua marina; infine, ungerli un poco con l'olio di mandorle dolci. 
Ogni unguento, si sa, iscurisce il capello biondo; ragione per cui, una volta che sono passati parecchi giorni dopo l'unzione dell'olio di mandorle, se si vuole aver un color chiaro, il colore naturale, si faccia un bravo shampooing. In questo modo la capigliatura riprenderà la sua nitida lucentezza.

Stieno attente le mie gentili signore a non tuffarsi nell'onda prima d'essere certe che non rimane loro addosso la più lieve umidità di traspirazione. Gli è perciò che bisogna, giunte nella cabina, spogliarsi lentamente, per modo d'abituare l'epidermide all'aria, innanzi di ricevere l'impressione fredda.

Il costume, s'elle vogliono ascoltarmi, sarà sempre di lana: non soltanto perch'é più salubre, ma perché, bagnato, meno s'appiccica alle carni. Di lana, è facile toglierselo subito di dosso; perché se ho raccomandato di spogliarsi lentamente, raccomando viceversa di rivestirsi con la maggior sollecitudine. Ho visto parecchie donne e fanciulli pigliarsi dei raffreddori, de' reumi, infine qualche malanno, stando lì a gingillarsi a far teletta dopo il bagno. Ci vuole, anzi, la reazione immediata dopo la scossa ricevuta dall'acqua ghiaccia, e deve farsi una breve passeggiata al sole, con l'ombrellino aperto, s'intende.

 

Le mie lettrici, a questo punto, sorrideranno, pensando di me: O non lo sa quanto tempo ci vuole perché una signora si vesta?

Lo so; e precisamente perciò consiglio alle dame bagnanti, nell'interesse della loro salute, di mettersi meno impicci che possono quando vanno al bagno. Bisogna semplificare il vestiario.

Per esempio, abbiano un bustino leggiero di battista cucito sotto il corsetto dell'abito, e una sottana attaccata alla gonna dell'abito stesso. La cintura sia una cosa sola con la gonna. In tale guisa faranno presto a rivestirsi essendo ristretto il numero degli indumenti da indossare.

Dopo il bagno, è indicato di bere un bicchierino di buon vino; io preferisco il bordeaux al marsala, troppo alcoolico, e che, trangugiato quando si deve stare un po' di minuti al sole, può portar il mal di capo. 
Se il vestito indossato per andare al bagno è di cotone o filo leggiero, sarà meglio gettarsi sulle spalle un mantelletto di lana, uno sciallino, infine qualcosa d'accostante e di calduccio. Si evitano con queste piccole precauzioni, che, in fondo, non recano alcun fastidio, molte indisposizioncelle di cui le signore sogliono lamentarsi nelle stazioni balneari.

La durata del bagno di mare dev'esser breve. Più essa è breve, meglio uno si sente dopo. Anche il nuoto va diligentemente esercitato. Un po' di codesta ginnastica è favorevolissima alle membra: troppo no; il petto ne può soffrire, e una stanchezza generale, se non altro, ne è la conseguenza.

Vi sono persone i cui nervi non sopportano il bagno di mare, e sono molte. Allora si fanno piuttosto le docce; o anche si usa il lenzuolo bagnato, in cui s'avvolge tutto il corpo per un istante, praticando dopo il massage. 
Quello, certo, ch'è assai igienico per i temperamenti delicati e suscettibili all'irritazione, gli è il bagno d'acqua di crusca tiepido, dove si sta cinque minuti appena. Uno si sente come rinato, uscendone. Esso calma, senza affatto indebolire; è un leggiero sedativo; e l'epidermide muliebre ne riceve enormi benefizi. 
 

Poi che siamo a ciarlar di bagni, permettetemi che vi accenni a qualche modello di costume creato appunto per entrare nell'acqua.

Diciamo il vero tra di noi: le signore, che generalmente sono così leggiadre in camicia da giorno o da notte, sono, non dirò, quasi sempre ridicole, ma, certo, molto meno seducenti nel costume da bagno. Alcune donne le quali indossano per queste circostanze dei veri e propri costumi “di fantasia”, e non hanno in mente che di farsi notare e studiare, è naturale trovino una linea, se non pudica, almeno elegante per queste acconciature acquatiche; e modellano le proprie forme in maglie, si stringono il busto in una specie di giustacuore da domatrici di cavalli; si lasciano ondeggiar su le spalle la copiosa capigliatura... d'una parrucca.

La dama distinta, la vera dama, deve rifuggire da certe imitazioni. Il suo vestito da bagno sarà casto, semplice, comodo, e grazioso... quanto è possibile. Vedete, dunque, signore mie, se qualche foggia di cui v'offro il figurino potesse convenirvi ed incontrare, per fortuna il vostro gusto.

Il Costume;

berretto di jersey celeste pallido, col bordo bouillonné di lana turchina; berretto di tela incerata, traversato e orlato di un gallone di lana rossa e turchina guarnito a rosette di treccia di lana; berretto di batista azzurra con inguainatura di batista cruda; stivaletti di tela cruda e cuoio giallo; scarpine di tela con cuoio giallo e sbarrette di lana rossa; mantello di lana rigato bianco e celeste: qualche piega nel dorso gli dà ampiezza nella parte inferiore: i davanti sono diritti, con quello di sinistra drappeggiato e incrociato a destra sotto un cordone annodato: collo rovesciato: manica ampia e diritta, stretta sopra il gomito da un nodo di cordone; e, finalmente, costume di vigogna turchina: pantaloni che scendono fin sotto il ginocchio, stretti da un elastico: gonna corta pieghettata, guarnita di due stretti galloni celesti pallido: è attaccata ad una blusa abbottonata dinanzi, aperta su una camicetta inguainata di lana celeste pallido: berta montata a testina, e bordo di due galloni: manica corta composta d'un bouillonné.

So perfettamente, care amiche mie, che tutto questo non è estetico; ma col costume da bagno d'una signora ammodo l'estetica non lega. Che ci possiamo fare? Il meglio è di combinare quanto si può – meno brutto: voilà.

Fichus, berte, insomma guarnizioni che allargano le spalle al di là del verosimile: come vedete anche da questo modellino.
Il suo fichu è di taffetas cangiante, ornato di gale pieghettate a macchina di mussolino di seta, cucite sotto un falpalà di pizzo. I lembi s'incrociano dietro, alla vita, e ricadono lunghi , o pure s'annodano sur un fianco, a volontà. […] 
Marchesa di Riva
 

Natura ed Arte - Rassegna Quindicinale Illustrata Italiana e Straniera di Scienze, Lettere ed Arti.
Così scriveva la Direzione della rivista nel 1891:
"Per il titolo immaginato alla nuova rivista, abbiamo già ricevuto molti complimenti lusinghieri; ed è sembrato che per una rivista italiana, esso fosse ben trovato, e che nessun paese avesse maggiori diritti dell'Italia di illustrare la natura e l'arte. [...] Lo splendore e la varietà de' nostri paesaggi, tanto ammirati dagli stranieri e in mezzo ai quali noi passiamo, pur troppo, indifferenti, e de' nostri monumenti artistici d'ogni maniera, che si moltiplicano senza fine, e che sono frutti naturali della nostra terra benedetta, ci obbligano ad occuparcene, come della nostra maggior ricchezza nazionale, come della nostra vera e perenne originalità che si rifeconda, senza fine. 
Ora i nostri tesori naturali ed artistici sono la vera fonte viva della nostra ispirazione, come della nostra fortuna e prosperità. Intorno ad essi si dovrebbe muovere tutta la vita italiana, la vita del pensiero, come il lavoro dei nostri campi e delle nostre officine. 
Abbiamo dato una forma media, tra la inevitabile gravità del libro, e la non meno inevitabile leggerezza dei fogli volanti. [...] Vorremmo, mercè il Natura ed Arte, istruir la famiglia italiana senza tediarla, ed offrirle una lettura varia e piacevole che, di quindicina in quindicina, desse materia a rinnovare nel seno delle nostre famiglie, discorsi geniali e non troppo vani [...]"
 
 
Consigli di Lettura:
Natura ed Arte
Fascicolo 15 - 1 luglio 1893
Casa Editrice Dott. Francesco Vallardi 
Corso Magenta, 48 - Milano 

 
 
Ringrazio l'amico collezionista Mirko Valtorta, per avermi concesso la lettura cartacea di questo articolo.
 
 
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lunedì 24 maggio 2021

La morte di Alessandro Manzoni

 

 ALESSANDRO MANZONI.

La morte il 22 maggio 1873. Onoranze.

 Il Secolo

  Sabbato, 24 maggio 1873
Anno VIII - M 2545
 
giornale il secolo morte di manzoni

 [...] della vita e delle opere di Alessandro Manzoni non si può parlare in oggi con quella equanimità di giudizio, che sarà possibile fra alcuni anni: il dolore della sua perdita dura tuttora e durerà lunga pezza in noi, del pari che in quanti amano l'arte italiana: e ci dobbiamo limitare a tracciare i segni principali di questa grande figura senza entrare nella disanima dei suoi principi ed entrare nel sacrario dell'intima vita. Sarà questo il còmpito di un più calmo momento: oggi potrebbe la lode sembrare esagerata dal dolore, o irriverenza la più lieve critica.

Intorno al nome di Manzoni vediamo raccolti i più illustri uomini che possa vantar Milano: poiché la madre di Alessandro, Giulia Beccaria, era figlia di Cesare Beccaria, il riformatore del sistema penale; [...] 
Dopo aver studiato a Milano ed a Pavia, Alessandro Manzoni raggiunse nel 1805 la madre che viveva a Parigi fra i più celebri scienziati e artisti. Il giovane aveva conosciuto il suo grande avo, Cesare Beccaria, e si era facilmente lasciato abbagliare dalla filosofia volterriana, il cui sorriso motteggiatore in quell'epoca suppliva a tutto quanto aveva distrutto, senza aver saputo creare. [...]

Il primo lavoro che pubblicò gli fu dettato dall'affetto verso un amico carissimo della madre ed a lui maestro. Carlo Imbonati che in quel torno moriva. Questo Imbonati ebbe la singolar ventura d'essere stato, fanciullo di undici anni cantato da Parini nella bellissima ode dell'Educazione, ed in morte da Manzoni, che compose un carme ricco di nobili ed originali concetti, incarnati nella forma classica. Questo lavoro era pubblicato a Parigi nel 1806; e nel 1809 sortiva a Milano il poema mitologico l'Urania.

Ma in questo frattempo Manzoni sposava (1808) Luigia Enrichetta Blondel figlia d'un banchiere ginevrino e protestante. Durante il periodo di tempo che seguì, successe al Manzoni una rivoluzione: il filosofo che giurava nel nome di Voltaire diventò un fervente cattolico. Come ciò avvenisse è dubbi, perché Manzoni non volle mai cedere alle istanze di quanti gli chiedevano le notizie sulla sua vita; ma credesi che la prima autrice di tal cangiamento fosse la moglie, che s'era convertita al cattolicismo. Il germe del cattolicismo era stato gettato nell'animo di lui fin da quando si trovava a Parigi. Colà aveva stretta amicizia col famoso Gregoire, l'apostolo dell'emancipazione dei negri: e l'entusiasmo dell'apostolo di libertà avea scosse le convinzioni del filosofo. Ma qualunque siane stata la causa, il giovane Alessandro si immerse nello studio della nuova credenza, in modo da acquistarne opinioni sì ferme da durare incontrollabili tutta la vita. [...] Manzoni era un cattolico che non rifiutava mai la discussione; e conchiudeva: Il materialismo che nega ogni cosa sovrannaturale, lo dicono d'una evidenza matematica: ma se è chiaro come due e due fan quattro, perché non lo comprendiamo anche noi?... e le parole accompagnava con un certo suo consueto risolino, fra l'arguto e il bonario, che non uscirà mai di mente a quanti l'hanno veduto. 
 
La conversione religiosa lo trascinò a quella letteraria. [...]

sabato 15 maggio 2021

Come si conservano i fiori freschi

  
COME CONSERVARE I FIORI FRESCHI
 IL LORO SIGNIFICATO
Natura ed Arte - L'Arte e la Moda
Fascicolo 12 - 15 Maggio 1893
 
donne 1800 con fiori
 
 
Alcune delle mie leggitrici mi scrivono per domandarmi s'io so il modo di conservare quanto più tempo è possibile i bei fiori di questo mese incantato: maggio.

Veramente, care signore, c'è adesso una tale profusione di rose, d'azalee, di gerani, di petunie, di margherite, che gli è facile il rinnovare gli ornamenti dei vasi ogni mattina.
- Ma – mi dice alcuna – a volte, fa pena il vedere avvizzir subito un fiore di rara bellezza, e quasi non si ha il coraggio di gettarlo via!..
Provate, dunque, a far ciò che vi consiglio, signore. Mettete della polvere di carbone nel vaso dove stanno i mazzi in fresco. Questa polvere sia semplicemente bagnata (non sciolta nell'acqua) e giunga fino a un terzo dello stelo dei vostri fiori. Con tale piccola precauzione, i mazzi si conserveranno almeno tre o quattro giorni; massime se avrete cura di spuntare con le forbici i gambi, mattina e sera.
[…] Invece della polvere del carbone c'è chi adopera la rena umida, e al mattino, con un polverizzatore da odori, sparge una lieve rugiada d'acqua freschissima su le corolle: sistema che non è cattivo.

Bisogna, però, ricordarsi che non a tutti i fiori giova l'acqua sopra. Alle rose, alle viole-mammole, alle azalee fa bene; ma guasta, per esempio, le camelie, le gardenie e in generale tutti i fiori dai petali candidi, che sono delicatissimi e suscettibili di macchiarsi di giallo non appena si toccano.

Poi che mi trovo a parlar di fiori, mi permetto di far anche qualche piccola raccomandazione in proposito.
L'arte di comporre un mazzo, sia pur esso un mazzetto improvvisato, non è conosciuta da tutti; e spesso si sacrificano de' magnifici fiori, di cui ci si priva con dispiacere; appunto perché non si sa aggrupparli.
Ricordatevi, signore, che i fiori più rari e più grandi debbono essere posti al centro; vengono poi quelli mezzani, scalati, e finalmente i più piccoli, che adornano le estremità. La combinazione de' colori è anche di molta importanza.
Si accosti il giallo tenero, il carnicino, l'azzurro, il bianco al rosso scarlatto; il color di rosa, l'arancione e il bianco al violaceo; il verde cupo alle tinte chiare; il verde chiaro a quelle cupe. Si eviti, invece, di mettere insieme due colori principali, come il giallo-cupo, il carminio e l'azzurro. 
 
brocca con mazzo di tulipani

Siccome il linguaggio dei fiori è sempre stato e sarà sempre il più gentile idioma, eccovi il significato di vari fiori dell'attuale stagione.

Chi sa che questo misterioso dizionarietto non sia molto utile ad alcune tra le mie assidue: intendo dire alle signorine, si capisce..... 
 
Viola (pensée): penso a voi – o pure pensate a me.
Gelsomino di notte: Temo l'amore.
Bottone di rosa: Vi amo.
Margherita bianca: Ci penserò.
Rosa di ogni mese: Le grazie sono di tutti i tempi.
Ranuncolo di giardino: Voi brillate in mille modi.
Margherita dei campi: Siete bellina e semplice.
Rosa bianca: Amor pudico.
Reseda: La vostra virtù sorpassa la vostra bellezza.

Tra le piante, la maggiorana significa: Rasciugate le lacrime; lo spigo-nardo: Rispondetemi; il trifoglio: M'è egli permesso di sperare?; il mirto: Tutto amore; il rosmarino: La vostra presenza dissipa il turbamento dell'animo mio; il basilico: Voi mi rendete il coraggio; la borrana: Voi m'inspirate; il salice: Piacerete sempre a tutti... ecc.

E poi che siamo su'l gentile argomento in questo mese de' soavi profumi, v'offro, prima ch'io termini di parlar de' fiori, delle strofe adorabili d'Eduardo Boner: strofe che Arrigo Haine non avrebbe, credo, sdegnato di firmare:

“Dicon le rose a' gigli
Con vezzi noncuranti:
- Cessate da' bisbigli,
Pallidi nostri amanti.

A che, con lezia molle,
Chinate il capo stanco?
Più floride corolle
Vogliamo al nostro fianco. -

E risa e motti lieti
Mandan su l'aura insonne
A' gigli, que' poeti,
Le rose, quelle donne.
 

Natura ed Arte - Rassegna Quindicinale Illustrata Italiana e Straniera di Scienze, Lettere ed Arti.
Così scriveva la Direzione della rivista nel 1891:
"Per il titolo immaginato alla nuova rivista, abbiamo già ricevuto molti complimenti lusinghieri; ed è sembrato che per una rivista italiana, esso fosse ben trovato, e che nessun paese avesse maggiori diritti dell'Italia di illustrare la natura e l'arte. [...] Lo splendore e la varietà de' nostri paesaggi, tanto ammirati dagli stranieri e in mezzo ai quali noi passiamo, pur troppo, indifferenti, e de' nostri monumenti artistici d'ogni maniera, che si moltiplicano senza fine, e che sono frutti naturali della nostra terra benedetta, ci obbligano ad occuparcene, come della nostra maggior ricchezza nazionale, come della nostra vera e perenne originalità che si rifeconda, senza fine. 
Ora i nostri tesori naturali ed artistici sono la vera fonte viva della nostra ispirazione, come della nostra fortuna e prosperità. Intorno ad essi si dovrebbe muovere tutta la vita italiana, la vita del pensiero, come il lavoro dei nostri campi e delle nostre officine. 
Abbiamo dato una forma media, tra la inevitabile gravità del libro, e la non meno inevitabile leggerezza dei fogli volanti. [...] Vorremmo, mercè il Natura ed Arte, istruir la famiglia italiana senza tediarla, ed offrirle una lettura varia e piacevole che, di quindicina in quindicina, desse materia a rinnovare nel seno delle nostre famiglie, discorsi geniali e non troppo vani [...]"
 
 
Consigli di Lettura:
Natura ed Arte
Fascicolo 12 - 15 maggio 1893
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Corso Magenta, 48 - Milano 

 
 
Ringrazio l'amico collezionista Mirko Valtorta, per avermi concesso la lettura cartacea di questo articolo.
 
 
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giovedì 25 marzo 2021

Lo Spirito Folletto - Satira Milanese

LA SATIRA A MILANO

- LO SPIRITO FOLLETTO -

1848

"La satira è l'esame di coscienza dell'intera società, è una reazione del principio del bene contro il principio del male; è, talora, la sola repressione che si possa opporre al vizio vittorioso. È un sale che impedisce la corruzione". Carlo Cattaneo
 
intestazione giornale lo spirito folletto

Avvertiva Camillo Cima che “il solenne ingresso della caricatura in Milano, avvene l'1 maggio 1848 colla comparsa del primo numero dello Spirito Folletto". 
In tutta Italia l'esplodere della satira politica segnò il carattere epocale della svolta del 1848 nella produzione culturale, almeno quanto fu la fulminea diffusione dei giornali di carattere politico. 
Col 1848 il controllo della censura divenne più tollerante, in tutti gli Stati italiani, a seguito della concessione degli statuti.
Fare storia della satira in Italia, significava fare storia della sua controparte, e cioè della censura che interveniva quotidianamente, pur con variabile sensibilità, sulla linea editoriale e sulla sostenibilità economica di un giornale satirico. La satira disegnata italiana, tra il 1848 e il 1870, fu prevalentemente moderata e moderatamente anticlericale.
 
19 maggio 1848
Tutti i giornali italiani seguono a dimostrare come che due e due fanno sei, che l'Austria è del tutto in sfacello, che l'esito della guerra è sicuro, che Radetzky è un vecchio imbecille, e che i suoi soldati sono deboli e vili, e che saranno in poco tempo distrutti. Va benissimo! dunque i posteri leggendo tutte queste declamazioni giornalistiche, concluderanno che noi non abbiamo nessun merito di avere acquistata l'indipendenza, che abbiamo fatto una guerra da ragazzi, perché non abbiamo trovato resistenza, e che i nostri soldati hanno vinto, perché era impossibile il perdere! Oh confratelli carissimi, le vostre spampannate ci fanno ridere!

giovedì 25 febbraio 2021

Francesco Hayez

 

 FRANCESCO HAYEZ

Il pittore del Romanticismo Italiano


"[...] Nessuno fin qui, tra i pittori, ha sentito come lui la dignità della creatura umana, non quale brilla agli occhi di tutti sotto la forma del potere, del grado, della ricchezza o del Genio, ma quale si rivela agli uomini di fede o di amore, originale, primitiva, inerente a tutti gli esseri che sentono, amano, soffrono e aspirano, secondo le loro forze, con la loro anima immortale. [...] E l'opera sua è Consacrazione della Vita.
[...] dipinge rapido e sicuro qualche schizzo, che non si cura neanche di conservare, gli basta per mettersi all'opera: non ha l'abitudine di preparare un impasto generale di colori, per ripassare su di esso con altri sfumati  diversamente; cambia, ad ogni colpo di pennello, le sue tinte sulla tavolozza. L'Hayez è lavoratore assiduo; trascorre le intere giornate, solo, nel suo studio, di cui apre egli stesso la porta [...] Le sue maniere sono semplici, franche, talvolta rudi e burbere, ma che tradiscono sempre bontà. Il suo viso bruno è aperto e pieno d'espressione: la sua fronte serena, i suoi occhi brillanti". 
Giuseppe Mazzini - 1841  
 
Autoritratto Francesco Hayez
Autoritratto a 57 anni - 1848 - Pinacoteca di Brera

Francesco Hayez nacque a Venezia il 10 febbraio 1791. A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia, fu affidato alla zia, moglie di Giovanni Binasco, amatore e mercante d'arte che lo introdusse allo studio del disegno. Nel 1805 riuscì a vincere il primo premio per il Disegno del Nudo all'Accademia di Venezia. Nel 1809, protetto da Leopoldo Cicognara, presidente dell'Accademia, vinse il Concorso per il Pensionato a Roma. In quella città iniziò a frequentare il rinomato Antonio Canova, che svolse un ruolo centrale nella sua formazione. Si recò per la prima volta a Milano solo nel 1818 e fu ospitato nello studio dell'artista Pelagio Palagi, con il quale aveva stretto un rapporto di amicizia e collaborazione già a Roma. Entrò in contatto con l'ambiente progressista milanese, conoscendo Alessandro Manzoni e Tommaso Grossi. Ricevette poi diverse commissioni. Fu nel 1820 che presentò all'Esposizione dell'Accademia di Brera l'opera del Pietro Rossi, consacrata come il manifesto del Romanticismo in pittura. Nel 1822 fu nominato supplente alla cattedra di pittura di Belle Arti di Brera. Nel 1828 disegnò i costumi per il gran ballo storico, in casa Batthyany, il 30 gennaio, partecipando travestito da Giulio Romano. Nel 1848 disegnò per la commissione del Governo provvisorio di Milano una medaglia a ricordo delle Cinque Giornate, che fu coniata solo dopo l'Unità d'Italia. Nel 1850 fu nominato professore ordinario di pittura all'Accademia di Brera. Nel 1859 presentò Il bacio all'Esposizione di Belle Arti di Brera, allestita a tre mesi dall'ingresso vittorioso in Milano di Vittorio Emanuele II e Napoleone III. Nel 1860 Massimo d'Azeglio gli affidò, in sua rappresentanza, la presidenza dell'Accademia. Nel 1861 decise di lasciare lo studio presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, cui donò i propri "oggetti artistici", tra i quali una camera ottica, un teschio umano, alcuni gessi e parti di armatura. Morì l'11 febbraio 1882 a Milano e fu sepolto presso il Cimitero Monumentale. Giuseppe Verdi inviò un affettuoso biglietto di condoglianze indicando il doloroso pensiero di non potere vedere più il venerando vecchio, il grande artista, il perfetto onest'homo. Scrisse della certezza di come il pittore pianto e onorato, fosse restato nella memoria di tutti per le insigni opere d'arte e per le sue virtù.


CELEBRI OPERE MILANESI 

sabato 6 febbraio 2021

Ottocento: Botteghe Storiche Milanesi

 

 BOTTEGHE MILANESI 

DELL'OTTOCENTO


" Molti mestieri, molti tipi di artigianato, di attività minuta e quotidiana sono oramai scomparsi. Un mondo di circa 150 anni fa, vivo e vitale, con centinaia di botteghe e bottegucce, con un giro d'affari insospettabile. Le insegne, i minimi particolari decorativi, gli ingressi, gli interni avevano un sapore tutto particolare, oggi in parte dimenticato. Le fatture e le carte da lettera riportavano in vignetta le rispettive facciate, l'indicazione delle specialità della casa, gli eventuali diplomi e medaglie ottenuti nelle varie Esposizioni Nazionali ed Internazionali, l'onorifica indicazione di Fornitore della Real Casa."
 
bicicletta raccolta bertarelli milano
© Raccolta Bertarelli - Manifesti D 63 - 1895ca 
 
L'Universitas Mercatorum nacque a Milano nel 1158 per riunire in modo organizzato i vari strati sociali delle mercanzie, dal dettaglio all'ingrosso. La prima sede dell'Universitatis fu la Loggia degli Osii, sotto il governo di un Rettore o Console. 
Col tempo i Consoli divennero 12, soprastanti alle strade principali: la città si configurava per strade ben individuabili in base ai mestieri che vi si svolgevano. Esempi pratici erano gli Speronari, Spadari, Pennacchiari; ma anche Verziere, Fiori Chiari e Fiori Oscuri, Bergamini. 
Anche la Chiesa, che preferiva contrastare il potere crescente dell'Universitas, fondò confraternite e corporazioni già dal 1198: la Credenza di Sant'Ambrogio raggruppava le arti e i mestieri e dava ai suoi membri vantaggi come la garanzia di una buona sepoltura oppure la tutela di orfani e vedove degli stessi. Ogni confraternita aveva una chiesa con un santo patrono. 
Le corporazioni furono però soppresse appena dopo il 1775. 
 
Fonti preziose per ricercare queste attività sono le celebri Guide di Milano del passato, dove protagoniste erano le informazioni pratiche ossia quali fossero e dove Ospedali, Alberghi, Stazioni di Posta, Negozianti e Produttori, suddivisi per categoria. 
Le Guide iniziarono ad essere pubblicate biennalmente dal lontano 1505 e fino al 1786. 
Nel 1782 uscì il Servidore di Piazza, stampato da Gaetano Motta editore.